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Istituto d’Istruzione Secondaria Superiore
“Gian Tommaso Giordani”

DA "GARGANOSTUDI 1978"
GIAN  TOMMASO GIORDANI, UMANISTA PER VOCAZIONE,

GIACOBINO SUO MALGRADO

storia

 

Anche se di G. T. Giordani si sono occupati diversi studiosi locali, se di lui esistono diverse biografie, se la sua personalità è stata oggetto di indagini, discorsi e celebrazioni, se a suo nome sono state intitolate scuole, circoli di lettura e strade in Monte Sant'Angelo e a Manfredonia, non si può proprio dire che la sua figura sia veramente molto nota a livello popolare, come forse, tanto per fare un esempio, lo sarà, per qualche generazione ancora, in Monte Sant'Angelo, quella di Giovanni Tancredi, che dal Giordani è distante sia culturalmente che intellettualmente.

La ragione di questa mancata popolarità va ricercata nel carattere piuttosto raffinato della sua cultura squisitamente classica e nello spirito aristocratico con cui ha svolto la sua attività letteraria.

Neanche la sua implicazione nei moti carbonari del 1820 ed il carcere da lui sofferto per la sua attività politica, gli hanno conferito quell'amplificazione mitica che spesso accompagna gli uomini del suo valore. A ciò, certamente, molto ha contribuito il suo proposito, rispettato dai figli e dai discendenti, di stendere come un velo di oblio sulla sua esperienza di carbonaro, da lui molto dolorosamente scontata.

E pertanto non è del tutto ozioso cercare di rinverdire la memoria con una disamina, che il tempo quasi sempre rende più chiara ed equanime, sia sulla sua attività di letterato, sia, soprattutto, della parte che egli ebbe come liberale.

Per quanto riguarda il letterato, è da ricordare subito che, pur destinato a quegli studi giuridici, che portò a termine con impegno ed onore, "la (sua) mente" scrive il Fania, suo primo biografo, "appena apertasi agli studi, s'informò tutta delle grandezze e delle grazie della letteratura del Lazio; della quale, poi, in tutta sua vita, conservò affetto sincero e grande".  A 17 anni (vix decimum septimum annum egressus fueram - annoterà lo stesso Giordani -) ossia nel 1789-90 - diede alle stampe, in Napoli, una prima raccolta di componimenti in latino: "Johannis Thomae Jordani CARMINA. - Tali componimenti, che l'autore, in una autocensura della maturità, considererà in gran parte un peccato di gioventù, saranno quasi tutti esclusi dalle due successive edizioni delle sue opere.  Ma essi sono decisivi sia per documentare la sua padronanza del latino ed il culto per i classici, quando era ancora adolescente, sia per attestare la sua vera vocazione per la lingua latina.  In uno di quei componimenti giovanili in distici, "De seipso", egli si lamenta degli impedimenti oppostigli a coltivare la poesia:

Cur mea praecipiti ventorum praelia nimbo

Vota per Jonios diripuere sinus?

Unus erat, misero nimium quem pectore fovi

Ad bona Pieridum sacra, perennis amor:

Hunc Parcae prohibent.  Quis me infelicior uno est?

Quis mage nunc tristes ducit in orbe dies?

(Perché l'infuriare dei venti, con rovinosa tempesta, disperse le mie speranze negli abissi dello Ionio?  L'unico mio amore, sempre vivo, ch'io alimentai tenacemente nel mio misero petto, era consacrato alle Muse.  Ma il destino si è opposto.  Chi è più infelice di me?  Chi più di me vive i suoi giorni tristi sulla terra?).

Ben a ragione, quando la sua notorietà cominciò a diffondersi, l'attenzione della critica venne attratta quasi esclusivamente dalla sua attività in lingua latina.

Egli ottenne il giusto riconoscimento sin da quando vennero pubblicati i primi due canti della traduzione della Basvilliana sul Giornale della Società Reale Economica di Capitanata, di cui era socio.

Anche in seguito alla prima edizione delle sue opere scelte in due volumi, in Roma, nel 1845 -'47, gli elogi dei critici dell'ambiente culturale napoletano furono rivolti prevalentemente alla traduzione della Basvilliana del Monti, essendo questa la sua opera di maggior respiro e di maggiore impegno.  E' per tale suo lavoro in versi latini che il suo nome trova posto, sia pure molto limitato, nella storia, diciamo pure ufficiale, della letteratura italiana, e Guido Mazzoni, nella seconda parte del suo ponderoso "Ottocento" della monumentale storia letteraria edita dalla Vallardi, citandolo tra i buoni traduttori, ricorda pure che, per la sua cecità, fu detto "l'Omero Garganico".

In realtà, come scrittore e poeta in lingua latina, gli si può riconoscere un posto preminente nell'Italia letteraria del secolo scorso.  A tale riguardo il padre Fania, nella sua Biografia, cap.  XIX, così si esprime: "Giantommaso Giordani, più forse che nelle italiane, versatissimo era nelle latine lettere: gustava e teneva a mente squarci lunghissimi, specialmente di Virgilio, Odi ed Epistole e Satire di Orazio; e di Lucano e di Ovidio, e di tutti i classici poeti sapeva molto: nè meno amava e sapeva di Cicerone, di Livio, di Tacito, dei due Plinii e degli altri prosatori e filosofi e storici o giureconsulti insigni del popolo romano antico".

Il colto francescano continua, facendoci sapere che il Giordani aveva letto molto anche degli scrittori greci, che conosceva bene la letteratura francese, per letture dirette, e per traduzioni quella inglese, tedesca e spagnola.  Non gli era estranea neanche la lingua ebraica.

1 versi della Basvilliana "latinis versibus adumbrata" sembrano appartenere alla più pura classicità.  Essi, ovviamente, come anche quelli di altri traduttori, non rendono alla lettera il testo, e l'indicazione "adumbrata" che è nel titolo, vuole avere, nella sua intenzione a lungo meditata e discussa con gli amici, un significato di avvertimento, cioè seguita solo nelle linee generali".

Se si tien conto delle condizioni in cui l'opera è nata, non si può non avere una prova sicura della padronanza che il Giordani possedeva della lingua latina, della sua vasta conoscenza dei classici, della sua memoria veramente sbalorditiva.  Quando, infatti, si accinse all'opera, egli aveva perduto quasi completamente la vista e doveva necessariamente farsi leggere da una figlia il testo italiano brano per brano e trarre da essi gli spunti per creare e dettare i versi latini. 1 quali molto abbondantemente e deliberatamente riccheggiano e ricalcano versi di Virgilio, di Ovidio, di Lucano, di Stazio e di altri autori latini di poesia epica.  In tale operazione egli non poteva essere soccorso dal riscontro diretto e personale dei testi, ma doveva affidarsi esclusivamente alla sua memoria.

Ciò è comprovato dall' "Apologia" ch'egli fa di un suo verso (Haud nigra tibi Stygis unda bibetur), censurato dal n. 51 della rivista napoletana "Lucifero".

Per sostenere la convenienza di tale suo verso, egli cita esempi tratti, nientemeno, che da Virgilio, Stazio, Tibullo, Orazio, Marziale, Properzio, Plauto, Sannazzaro.  Per farlo, egli ha dovuto, in qualche misura, affidarsi esclusivamente alla sua memoria, per il resto ha dovuto fornire indicazioni precise alla figlia per effettuare il riscontro nel testo.  Per questo suo sorprendente possesso dei maggiori autori latini, egli ha potuto alimentare la sua non comune disposizione a ripercorrere le più suggestive esperienze della poesia latina, che egli rivive in una espressione inevitabilmente legata alla sensibilità del suo tempo.

   

Prof. Antonio Ciuffreda

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